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ALBERTO BOTTONI, UNA VITA PER L’ARTE

Il grande Totò nella sua visione filosofica della vita divideva in due l’umanità composta dagli uomini e dai caporali; i primi, quelli pieni di ideali ed interessi sempre sottomessi ai secondi, pronti  sempre e solo a prendere dal lavoro fisico o intellettuale altrui.
Alberto Bottoni è uno di quei “minori” o minutissimi del primo genere, che non troverete citato in nessun dizionario o enciclopedia dell’arte italiana, ma che contribuì in vario modo alla rinascita nel secondo dopoguerra del restauro in Italia, la cui fama proprio allora iniziò a varcare i confini nazionali.
Un’artista completo nel vero senso della parola, capace di trarre o cavare una forma, ma anche di geniali idee, sempre alla ricerca di nuove soluzioni che potessero applicarsi al suo lavoro primo di scultore e poi di “artista-artigiano applicato al restauro”.
Nato a Roma il 14 luglio del 1910, in una famiglia in cui già serpeggiavano i primi rudimenti dell’arte (il padre Cesare era entrato giovanissimo nel Collegio del S. Michele,ove si era formato scultore ed aveva poi partecipato al grande cantiere per la realizzazione dell’Altare della Patria) è presto portato ad interessarsi al disegno dal vero ed alle arti plastiche.
Giovanissimo riesce ad accedere ad una bottega o meglio accademia privata che lo porta a realizzare diversi bozzetti e riproduzioni a tutto tondo di note opere classiche, rinascimentali e barrocche.
Per un breve periodo segue il padre deciso a trasferire controtendenza la sua piccola attività di marmoraro (ancora fortemente artigianale e chiusa all’apertura delle novità tecnologiche) dalla città al piccolo centro di provincia di Sora, ma le cose non devono andar bene e torna presto a Roma.
Fra le sue prime opere si segnalano due piccoli bronzi riproducenti il David del Bernini esposto a Roma nella Galleria Borghese, presto vendute a due acquirenti esteri.
Nella seconda metà degli anni trenta ottiene la qualifica di “copista in plastica di sculture” e sperimenta diverse composizioni e miscele derivate dall’uso per i calchi per applicarle al campo del modellato. Nel frattempo vista la sua abilità manuale e la crisi economica in cui versava il paese riesce a trovare un lavoro come “tornitore” presso la sede romana della Società Breda, trasferendosi nel 1938 presso il nuovo spolettificio in costruzione sulla Via Casilina.
Nel 1939 si sposa e si stabilisce definitivamente nel nuovo Villaggio Operaio della Breda adiacente alla fabbrica; da questa unione nasceranno due figli (Dante e Anacleto) attraverso cui questo sapere sarà ripreso in parte, prima, dal figlio Anacleto e poi dai nipoti Carlo e Yari.
Nel dopoguerra, con la definitiva chiusura degli stabilimenti romani della  Breda, (ed a seguito di un mai sopito interesse per la fotografia) apre una temporanea attività di Fotografo che lo vede impegnato fra Roma, Ostia e la vecchia borgata.
Continua comunque a lavorare a nuovi progetti, a scolpire e soprattutto a modellare prendendo poi contatti col  Prof. Assenza, noto ceramista dell’epoca e collaborando con uno studio di marmorari in Via delle Terme di Caracalla.
A questi si devono forse i contatti con l’impresa Benedini, dove il Bottoni trova spazio alla sua creatività iniziando un lungo periodo di cantieri di restauro che lo portano a lavorare sui maggiori monumenti dell’Urbe  e successivamente anche all’estero.
L’esperienza, ma soprattutto la capacità di districarsi fra le varie problematiche dei cantiere che via via affronta, sempre con nuove soluzioni, lo rendono presto apprezzato e benvisto sia dalle committenze, che dallo stesso impresario, che più d’una volta fa sfoggio e sue, le invenzioni create o adottate dal Bottoni.
Sua è l’idea e l’uso di una miscela di “mastice per il marmo”, già prima del suo ingresso nella ditta Benedini (e da questi poi brevettata); anticipatrice dell’ormai noto ed universale “mastice” conosciuto col marchio Sintolit.
Dalla seconda metà degli anni ‘50 lavora prima alla facciata del Palazzo della Consulta ove ricostruisce (scolpendole ex novo in marmo) alcune parti delle due statue frontonali, poi nuovamente al cantiere di restauro della colonna di Traiano, ad Ostia Antica, nella chiesa di S. Pudenziana in Roma e a S. Maria degli Angeli ove integra le parti marmoree  dell’orologio solare posto sul pavimento dell’aula.
Dal 1964 al 1967 è in Iran come dipendente dell’Ismeo, ma sotto la direzione del Benedini per il grande cantiere di restauro del palazzo di Dario a Persepoli. Qui ottiene ulteriori riconoscimenti facendo rialzare un’enorme pilone dove non erano riusciti  diversi Ingegneri Americani utilizzando le sole tecniche antiche (col solo uso di tavolette e sapone) e in occasione di una visita ufficiale conosce lo Scià di Persia.
Dall’esperienza legata allo studio personale sulle antiche tecniche di lavorazione e messa in opera di manufatti di grande dimensione nasce anche l’idea poi attuata di ricavare con gli stessi processi antichi e dalle medesime cave, due rocchi di colonna, necessari ad integrare i pezzi antichi rimasti  riposizionandoli nel contesto originario con l’ausilio dell’anastilosi.
Tale fatto non passò inosservato alle cronache del tempo, che anzi, gli dedicarono anche un servizio televisivo.
Tornato a Roma esegue altre opere sia in marmo che in pietra, fra cui  un altro David ancora conservato insieme ad alcuni ritratti coroplastici dagli eredi.
Si spenge a Zagarolo nella suo ritiro campestre di Valle martella nel 1983, nello stesso luogo dove a distanza di decenni i Bottoni continua  a sperimentare nuove proposte e le potenzialità presenti nei varii campi della cultura, dall’istituzione familiare di una vera e propria emeroteca alla pittura, scultura, alla partecipazione di mostre e mercati, ma sempre mossi principalmente dal piacere di fare certe cose, che i caporali… non hanno.

Bottoni a Ostia antica

Restauro ad Ostia antica

Alberto Bottoni con lo scià di Persia all'inaugurazione della fine degli scavi

Il David del Bernini riprodotto dal Bottoni

Stefano Vannozzi

 

 

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